TONY BONAVITA

Il rapporto tra immaginazione e realtà, tra cronaca e fantasia, tra documento fotografico e creazione artistica si va ogni giorno facendo più saldo: inventiamo quello che già esiste, immaginiamo ciò che sicuramente accadrà domani.
Questa è una verità; e seguendo il filo del ragionamento potremmo chiamare “verista” la pittura di Ilia Peikov così come confondere la registrazione dei “rumori” dall’etere con una moderna composizione musicale dodecafonica.
Abbiamo detto potremmo: in verità nell’arte c’è sempre qualcosa di diverso e qualcosa di più, elementi che determinano l’unicità dell’opera creata o almeno il fermare nel tempo l’attimo di una sensazione visiva.
Diciamo questo perché chi guarda le composizioni di Ilia Peikov queste “immagini spaziali” così vere, oggi (anche se dipinte quando ancora l’uomo non era riuscito a liberarsi dalla gravità della madre terra) non ne sminuisca l’alto valore inventivo e cromatico, ma soprattutto non sottovaluti la potente carica di poesia che le hanno generate.

Ritratto di Ilia Peikov

Perché Ilia Peikov è e rimane soprattutto un poeta: anche se il suo lavoro di ricerca è tale da poterlo inserire con pienezza di diritto nella schiera più avanzata degli artisti sperimentatori.
La fusione delle tinte, la fluidità di certi colori, la brillantezza delle lacche vengono analizzate e controllate nelle possibilità e nei risultati.
E’ sempre difficile distinguere l‘uomo dalla sua opera. Per l’artista diremmo che è impossibile. Le tele di Peikov risentono perciò della carica umana di questo pittore, della sua esuberanza, del violento gusto cromatico della sua altissima sensibilità.
Basta guardarlo mentre lavora nel suo studio: vi accorgerete subito che ciò che a un primo esame sembra casuale è frutto invece di una tecnica raffinata, che ogni opera è il risultato di una selezione severissima, pignola fra altre che vengono distrutte, ogni composizione è la realizzazione perfezionata di una idea primitiva.
E così oggi Peikov ci regala queste immagini: quadri dai nomi suggestivi presi dall’astronomia o dall’astrologia, prati azzurri o rossi (momenti di una futura realtà) simili a quelli tra i quali scorrazzeranno i nostri più avventurosi nipoti. Ma è importante che questo, Ilia Peikov ce lo dica con i mezzi di oggi: con la tela, con i colori, la biacca, l’olio, la trementina. Gli stessi materiali che in fondo usavano i maestri del cinquecento per dipingere le loro immensità celesti popolandole poi di angeli e santi.


ANGELO SIGNORELLI

Conosco Ilia Peikov da sempre. E lo conosco soprattutto attraverso i quadri, in cui, oltre a ritrovare me stesso, ho scoperto, coltivato e cementato un’amicizia senza tempo e senza confini.
I concetti di dimensione, tempo, spazio, propri dell’uomo e del suo eterno bisogno di dimensionare il tutto che lo circonda, si annullano di fronte alle opere di Ilia e resta lontano, dopo lo smarrimento iniziale, il desiderio di seguirlo in questi viaggi intrastellari, in queste passeggiate cosmiche, in questa totale immersione nell’universo.
Non più, però, universo astratto e sbigottente, ma qualcosa di accessibile al cuore e alla mente dell’uomo, che, come dicevo, si perde nella visione di mondi sconosciuti, di soli danzanti in ridde di fuoco, di notti senza tempo punteggiati di entità luminose piene di vita, di comete autodistruggenti nelle loro folli corse, di nebulose e di galassie ricamate di vivida luce, immense ed infinitamente piccole in un universo senza dimensioni.
Scompare il mondo degli astronomi e degli astronauti con i loro calcoli, i loro studi, il loro freddo raziocinio, per comparire l’universo dei mondi senza fine visto in chiave di poesia.
Ilia ha precorso e precorre il tempo dell’uomo; il suo cuore e la sua fantasia hanno superato in un attimo lo sforzo costante e continuo della civiltà tecnologica tesa a più vaste conoscenze ed ai più arditi traguardi, per penetrare, complici la poesia e la pittura, nell’essenziale e nel vero di mondi che non conosciamo, ma di cui avvertiamo l’esistenza e la vita soltanto attraverso tecniche di ricerca scientifiche.
Finestre spalancate sull’infinito, ma più che finestre direi porte, le tele di Ilia, che inducono lo spettatore a varcare la soglia di questo suo mondo per vivere con lui nuove scoperte, per assaporare il valore dell’irreale, fermato dai suoi pennelli.
Sogni, visioni, fantasticherie forse, ma nella rappresentazione pittorica di questo macrocosmo, si avverte la grandiosità e l’impossibilità di Ilia di contenere ormai la sua ispirazione in più dimensionate ed umane raffigurazioni.
Il suo sentimento lo costringe a questa lotta tra sensazione, ispirazione e materia: non ci sono né vincitori né vinti, ma una sublime costante comunione, che attraverso il vagli di una tecnica accuratissima, gli permette di materializzare queste indimenticabili visioni.
Poesia pura perciò, perché nessun aiuto riceve dalla scienza o dalla tecnica; ma poesie trasmutatesi in una realtà pittorica che rende accessibile a tutti noi il suo mondo poetico. Nel suo studio silenzioso le sue tele ci prendono e ci distaccano dagli oggetti consueti, dalle miserie e dalle convenzioni quotidiane per donarci una pace ed una serenità che quasi sgomentano.
Rimane come testimonianza di questa nostra terra, il mite, dolce sorriso di Ilia Peikov, poeta dell’universo.


ANGELO SIGNORELLI

La spazialità, meglio ancora, direi, l’”astralità” di Ilia Peikov, non è un atteggiamento acquisito, per stare alla moda, con l’avvento clamoroso della cosmonautica.

Molto prima che l’uomo, valendosi dei suoi stupefacenti ritrovati tecnologici, riuscisse a realizzare le anticipazioni fantastiche dell’Ariosto e di Verne, mettendo piede sulla Luna; molto prima che le sonde elettroniche, viaggiando per mesi nel mistero, verificassero le profondità più remote, quasi impensabili, del sistema solare: Peikov trovava la sua felicità di pittore e la sua umana liberazione nelle sfere “au-delà de l’atmoshère”.

Non acquisito, dunque, ma innato, starei per dire istintivo, il suo interesse per gli ultra-mondi che ruotano, palpitano, si intersecano, si scompongono e ricompongono, in alternative perpetue, nella successione interminabile degli abissi universali.

Soltanto ad immaginarla, questa meccanica perenne, fatta di vortici stellari e di vertiginose fughe nell’infinito, si prova un senso di stordimento che, sfiorando il “perché di tutti i perché” , ci riporta, fatalmente, alla paura dell’ignoto.

La paura più antica dell’uomo. Mi sembra, dunque, straordinario che Ilia Peikov, abbandonandosi alla sua spazialità, con un potere di visualizzazione che del divinatorio, sfugga a quella paura e riveli al contrario, una gioia che, a momenti, diventa addirittura esultanza cosmica.

E proprio a questa sua sorprendente e candida “confidenza” con l’ingranaggio astrale, sterminato e pullulante, il pittore deve la più prestigiosa delle sua molte qualità: quella, cioè, di trasfigurare liricamente visioni di per sé schiaccianti, completamente al di là della problematica e del sentimento umani.

Nell’oceano sconfinato e tumultuoso dell’Universo, Ilia Peikov sa trovare i suoi golfi sereni, perfino le sue darsene accoglienti e sicure.

E scopre, nelle voragini senza tempo e senza misura, giardini pieni di pervinche e di fiordalisi, praterie verdeggianti e arcani camminamenti nel fuoco.

Nello slancio di un’immaginazione senza limiti, svincolata da ogni preoccupazione figurativa (in senso episodico) questo pittore, che conserva nella maturità una preziosa giovinezza di spirito, proietta nell’infinito di tutti, i suoi sogni arcani e felicemente dismemorati.

Liberandosi dalla mortificazione e dai calcoli della “routine humaine”, ci offre l’occasione di liberarci con lui.

Gli dobbiamo, quindi, oltre alla stima e all’ammirazione dovuta a un artista di vaglia, anche la gratitudine che si deve a chi ci aiuta a vivere, ricordandoci, fraternamente, le risorse miracolose della poesia.


NICOLA DESSY - da Cronache Venete

…E’ un figurativo “progenitore di una nuova pittura non nata ancora: forse da lui inizia un nuovo mito” oppure, “è l’esploratore di terre incognite” di “tramonti infernali”, di “orizzonti aperti e incontaminati”…

…Ilia prende a modello il cosma. Il cosma senza forma e senza dimensione. Ed egli lo piega alla sua volontà. Gli dà dimensione, gli dà forma e colore, e , soprattutto, lo impregna di una vita tutta propria…

…L’immensità dello spazio celeste è popolato da una infinità di corpi celesti ch’egli “vede e distingue”, in forma figurativa visibile e a colori: stelle, pianeti, satelliti, comete, stelle cadenti, meteoriti, nebulose.
Le quattrocentomila nebulose della Galassia le “immagina” nei loro eterni movimenti avvolti da atmosfere in continua espansione, in spaventose eruzioni della loro materia condensata in anelli concentrici con al centro un piccolo corpo condensato…

…il suo mondo siderale impressiona altamente il visitatore avido di vedere e di conoscere. Oggi più che mai, da quando l’uomo ha incominciato la sua avventura spaziale.
I quadri di Ilia sono dipinti minuziosamente, centimetro per centimetro. Nulla è dato al caso. Il colore entra nella sua funzione principale. E colore e luci sostengono la validità dell’opera…

…Hanno espresso il loro pensiero con favore e con entusiastico consenso, Querel, Leonida Repaci, Raffaele Carrieri, Virgilio Guzzi, Mario Venturosi, Romolo Runcini, Marcello Serra, Diego Calcagno, Quasimodo, Luigi Salvini…

…”Egli è un poeta – scrive di lui Vittorio G. Rossi – è un poeta nella maniera più rara e ardua di essere un poeta, perché la sua poesia non è eccitata e messa in movimento da cose visibili, ma da quelle invisibili. La sua poesia è di qualità metafisica, neanche la scienza e gli strumenti dell’astrofisico le possono dare un qualche aiuto. Direi che questo è il prodigio poetico e pittorico di Ilia Peikov”.
Infatti il fascino della pittura di Ilia sta in questa sua visione poetica degli spazi nei quali l’uomo non può arrivare né oggi e forse neppure domani…

…”Ilia Peikov – scrive Marcello Serra – è un “barbaro” geniale, approdato alle rive del Mediterraneo col suo bagaglio di nostalgie e di passioni ancestrali. Dalla terra d’Oriente, che lo ha visto nascere e gli ha nutrito, coi suoi fermenti e i suoi pollini, i primi sogni dell’arte, egli ha portato con sé, come un viatico di forza primitiva, l’audacia avventurosa dei suoi antenati che furono domatori di puledri e di steppe e, insofferenti d’ogni giogo, concepirono e realizzarono la propria esistenza come un viaggio assiduo. Anche Ilia Peikov è un nomade avido di strade e d’orizzonti sempre nuovi. Egli non s’arresta dinanzi ai confini consueti. Anzi ama varcare arditamente i limiti del nostro pianeta, per inoltrarsi nei pascoli del cielo, verso praterie infinite dove gregge di stelle avanzano con molto perenne e per una legge arcana”…


FULVIO VEZZOSI - da Gazzetta di Reggio

…Peikov ha il singolare dono che è proprio dei poeti di frantumare lo steccato della realtà fisica contingente per violare confini che paiono preclusi all’uomo, egli propone all’interlocutore il frutto delle sue intuizioni e lo rende così partecipe del proprio messaggio…

…Una pittura non di evasione, non di fuga dal nostro pianeta per rifugiarsi nella piacevole contemplazione di altri mondi ma, semmai – se si vuole attribuire un carattere etico a queste tele e non accontentarsi della loro intrinseca bellezza – un preciso invito a spingere lo sguardo (o almeno il pensiero) oltre il nostro pianeta a ricordarci che la realtà non finisce qui, che il mondo fisico, e anche quello metafisico, ha delle frontiere in conoscibili. Così, al limite, vi è un messaggio di pace in queste visioni pittoriche, talvolta fiammeggianti di un rosso cruento. Un messaggio di pace perché proiettato nella universalità del creato, nel superamento dei confini geografici ed ideologici…


DOMENICO ZAPPONE - da Tribuna del Mezzogiorno

…”Sono infatti quelli di Peikov i colori della creazione, e il mondo poetico di Peikov è altresì quello della creazione, quando Iddio dal nulla fece l’universo e dispose nebulose, astri, comete e spazi nel vuoto, come a lui piacque, nel suo infinito volere.
“La pittura di Peikov, così quintessenziata, ma altresì così violenta e aggressiva per la carica fantastica che la sollecita, suscita pensieri eterni, accende l’immaginazione oltre l’umano e il contingente, dà magari un’idea di quello che potrebbe essere il mondo di là da noi, coi suoi silenzi e le sue folgorazioni…

 

 

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